Sorry, Baby | Povera Mimoza
Leggi su In fuga dalla bocciofila di Francesca Cassanelli (essi vivono) Notte insonne. Dormito verso l’alba per venti minuti. Tanto basta perché lui mi dica che mento a proposito delle mie veglie infernali. Ancora stropicciata, con il corpo molle nascosto dalla camicia da notte, sbuco in cucina. Metto a scaldare il latte; nell’attesa pesco una Merit dal pacchetto abbandonato sul tavolo. Guardo dalla finestra il bosco brumoso oltre il prato. Lui è là dentro a caccia di caprioli. Faccia bagnata, sbilenca, nascosta tra le felci scure. «Povera Mimoza, non sai cosa ti perdi» mi dice spesso. Da quando ci siamo trasferiti qui non ci ho messo piede nemmeno una volta. Preferisco passeggiare nell’erba alta illuminata dal sole e spiare l’oscurità dall’esterno. So per certo che il bosco è ostile, infestato da chissà che. «Povera Mimoza, così cretina» dice a volte, quando torna con in spalla un coniglio morto e stramorto. Anche a Divjakë c’è una foresta. Da bambina, nei pomeriggi afosi la attraversavo correndo per andare a vedere i cormorani planare sulle acque melmose e dorate della laguna. Ma lì era tutta un’altra storia: non c’erano le ombre e i crepacci e i mille pericoli dei boschi alpini. E intorno alla foresta di Divjakë, al posto delle taglienti cime violette, c’erano la quiete della pianura e la salsedine dolce, le lingue di sabbia scura e il mare. Va bene, può darsi che anche lì abitassero strane presenze, ma non le anime dannate di gente stramorta! No, a Divjakë c’erano le fate, o gli spiritelli b […]