David Golder, il romanzo del fallimento

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Qualche mese fa è stato pubblicato per Adelphi l’epistolario di Irène Némirovsky, la scrittrice francese attiva negli anni Trenta e oggetto di una recente rivalutazione. In quest’occasione si propone di tornare indietro nel tempo e di parlare del suo primo romanzo, David Golder, uno spietato ritratto della società borghese che le valse l’ingresso a pieno titolo nel panorama letterario francese. Come nei vari Tom Jones, David Copperfield ed Eugenie Grandet di una lunghissima tradizione europea, anche qui il titolo ha il sapore di una presentazione, nome e cognome del protagonista, che già dalle prime pagine inizia a disvelare il proprio mondo. L’inizio è disarmante: il tesissimo dialogo tra Golder e il suo socio Simon Marcus, un incipit molto teatrale che serve a spiegare l’antefatto. Si apprende che i due sono soci e che la loro impresa non versa in buone acque. Ma soprattutto si fa conoscenza col personaggio di Marcus, che prima da vivo, ma ancor più da morto, è il motore della trama. Una trama dall’andamento inesorabile, in cui le scene si susseguono con ritmo incalzante, quasi geometrico, stringendo Golder in un turbine di sconfitte e delusioni da cui non riuscirà a liberarsi se non con la morte. Tutto ha inizio con una telefonata: è la notizia del suicidio di Marcus a seguito dell’estromissione dall’azienda. L’episodio agghiacciante colpisce Golder non meno del lettore, perché basta questo breve paragrafo per scoprire il gioco del narratore. Con la morte del socio si d [...]

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